Dalla Pandemia alla Guerra

15,00

Autore D. Lisciotto

Collana: Ricerca – Melograno

La scoperta della nostra vulnerabilità al Covid produce una sensazione di vuoto angoscioso come trovarsi in un deserto senza sabbia, una sensazione che perseguita, terrorizza, destabilizza, indebolisce, separa. E poi arriva la guerra.

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Descrizione

La scoperta della nostra vulnerabilità al Covid produce una sensazione di vuoto angoscioso come trovarsi in un deserto senza sabbia, una sensazione che perseguita, terrorizza, destabilizza, indebolisce, separa. E poi arriva la guerra. La guerra tra Russia e Ucraina è come un altro virus: uccide, spaventa in modo traumatico, producendo alcune difese come negazione, proiezione paranoidea (uno è buono, l’altro è cattivo). O così, oppure ci si trova nella scomoda ambiguità. Bisogna difendersi, non c’è vaccino, si ricorre ai rifugi dalle bombe, come per i conflitti psichici ai rifugi della mente. Donatella Lisciotto, psicoanalista a Messina, con semplice chiarezza annota una quantità di associazioni nate dalla pandemia e in ultimo dall’invasione dell’Ucraina, eventi che hanno modificato le abitudini in modo traumatico. In psicoanalisi il trauma è qualunque esperienza imprevista, di solito intensa, che avviene quando il soggetto non è ancora preparato ad affrontarla con adeguate difese. Può essere un evento singolo o ripetuto. L’autrice mostra a volte di usare la psicoanalisi per avere il coraggio di prendere in considerazione queste fonti di inquietudine, di affrontare la propria tempesta, rappresentarla in qualche modo e perfino trasformarla in qualcosa di creativo.

“Il Tempo… Ci vuole molto tempo… Ma è necessario esserci… Stare nelle cose… Sopravvivere alle offese”


Donatella Lisciotto
è psicologa e psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana (SPI-IPA). Vive e lavora a Messina dove svolge l’attività di libero professionista a tempo pieno. Particolarmente interessata alla declinazione della psicoanalisi nel sociale, deve la sua formazione a Maestri come Franz Siracusano e Paolo Perrotti e a un più recente e fecondo dialogo con Silvia Amati Sas. “Incontri” che hanno ispirato la realizzazione di associazioni in cui il metodo Psicoanalitico è appannaggio anche delle fasce di popolazione meno abbienti. Nel 2003 fonda il Laboratorio Psicoanalitico Vicolo Cicala e nel 2016 l’Associazione Sostieni un Paziente a Distanza per un sostegno psicologico a chi versa in condizioni psicologiche e sociali più precarie. Dal 2021 fa parte del Gruppo Per (Psicoanalisti Europei per i Rifugiati) della Società Psicoanalitica Italiana.

Destinatari
Psicologi, psicoterapeuti, psicoanalisti

Recensioni

Dal sito https://www.spiweb.it/cultura-e-societa/dalla-pandemia-alla-guerra-appunti-di-d-lisciotto-recensione-di-a-a-moroni/

Al termine della lettura di un libro o della visione di un film, usualmente lascio che mi affiorino alla mente parole, immagini, associazioni spontanee, tutti elementi che trovo in après coup sempre molto utili per cogliere quali emozioni profonde ha mosso in me la fruizione dell’opera di cui al momento mi sto occupando. Il libro di Donatella Lisciotto “Dalla Pandemia alla Guerra. Appunti”, ha evocato immediatamente in me due parole, “profondo” e “fresco”, aggettivi che, nel presentarsi nella loro semplicità e consuetudine nel parlato quotidiano, mi hanno fornito indicazioni importanti nel portare avanti alcune mie riflessioni su questo libro, che proverò qui a condividere. Il testo è costituito da frammenti dialogici interiori dell’Autrice, annotati durante la seconda fase della Pandemia da Covid-19 (2021-2022), quasi un insieme di “pagine sparse” di sveviana memoria (Svevo, 1968), nelle quali l’intento estetico-narrativo e la passione per la psicoanalisi si intrecciano con rara naturalezza. E’ forse proprio in questo senso che i due aggettivi di cui dicevo più sopra hanno bussato alla porta della mia mente dopo la mia lettura: il “profondo” guarda verso la psicoanalisi e le sue attitudini a farsi sonda che esplora l’ignoto; il “fresco” rimanda ad un “affresco”, a qualcosa cioè che attiene all’arte, alla creatività. Non è facile peraltro, soprattutto per uno psicoanalista, trovare un “genere letterario” idoneo a descrivere il proprio essere immersi in un trauma collettivo di cui sentiamo tuttora gli effetti, come è stato quello della Pandemia. In questi casi infatti il rischio, sempre dietro l’angolo, è quello di correre verso quel fenomeno psichico che Meltzer ha definito “delirio di chiarezza dell’insight” (Meltzer, 1976), “delirio” dal quale spesso anche gli analisti non sono immuni. Si tratta cioè, in casi come questi, di andare verso una naturale spinta difensiva onnipotente (e/o teorizzante) a dare spiegazioni affrettate e ultimative al senso di precarietà in cui ci hanno avvolto e ci avvolgono tuttora gli eventi traumatici e la violenza sociale della Pandemia (prima) e della Guerra russo-ucraina (più recentemente). Stiamo parlando di traumi cumulativi i cui effetti stiamo ancora vivendo, così potenti, da evocare nell’Autrice una intensa immagine proveniente dalla sua infanzia, quella della “bottiglia di passata di pomodoro” che si spacca e va in frantumi, metafora di una mente non preparata a contenere un dolore emotivo troppo grande, e a spiegarlo, guardando ai contesti sociali da cui scaturisce. Contesti in cui, sempre più, emergono “sconfinamenti” che occorre pensare, sognare e di cui è necessario farsi carico: sconfinamenti dell’identità di genere; dei quadri clinici, sempre più compositi, mutevoli e cangianti; dei linguaggi e delle grammatiche linguistico-affettive delle nuove generazioni; del rapporto mente-corpo-macchina-tecnologia; del Sé che si fa rifrattivo all’interno di una società nella quale il Sé medesimo si sente vivo e reale solo se “è visto” attraverso lo sguardo voyeuristico-esibizionistico dei Social Networks. Sé che rimandano gli uni gli altri immagini intese come schegge frammentate/agglutinate – come la “bottiglia di passata di pomodoro” che va in frantumi, appunto – di azioni-parole-schemi comportamentali, privi di soggettivazione, ma al contrario rifratti, riflessi infinite volte, senza significato e pensiero critico. Ben lontana dai rischi denunciati a suo tempo da Meltzer, Lisciotto ci invita ad “abbellire le cose cominciando dal loro deficit, rimarcandone la precarietà, piuttosto che nascondendola” e questo per cercare di “dare forma a cose nuove e inimitabili” (p. 13). La “freschezza” e la ”profondità” di questo libro di Donatella Lisciotto, si ritrovano agevolmente anche in questa sua frase appena citata. E’ questo un invito implicito a promuove e sostenere quella che Bion definisce “capacità negativa” (Bion, 1970), cioè qella competenza analitica anti-evacuativa che tenta di auto-contenere e non agire. Si tratta della capacità dell’analista e dello psicoterapeuta di gruppo di rimanere a lungo in una condizione di mancanza di certezze, evitando di saturare e bloccare ciò che sta evolvendo con l’attribuzione troppo precoce dì un significato. Qui tocchiamo subito con mano la “profondità” psicoanalitica del testo di Lisciotto, che è denso di rimandi proprio al pensiero di Bion, direi all’ultimo Bion, che vede nell’intuizione poetica e nei riferimenti a Keats e a Coleridge, un’ispirazione fondativa dell’operare della psicoanalisi all’interno della cultura umana, in particolare nei momenti più drammatici e spaesanti. Scrive Lisciotto: “Purtroppo la pandemia ha privato tutti del sentimento di futuro. Se fate caso, si parla spesso di passato – torneremo ad essere come prima? – o del presente (…). Viviamo tra la nostalgia e la paura” (p. 41).

Ma, nonostante questi “appunti” siano stati scritti in momenti in cui dominava la paura di perdere di vista la speranza nella possibile elaborazione del trauma, l’Autrice non perde mai di vista l’importanza di mantenere viva la fiamma della funzione analitica, cioè della capacità di sognare, di tentare una alfabetizzazione degli elementi beta rappresentati oggi da Pandemia e Guerra. Il suo modo di scrivere mi ha fatto tornare alla mente a tale proposito la seguente, importante indicazione di Bion agli analisti: quando “il paziente si trova in uno stato mentale che non ha un corrispondente nell’apparato verbale, (allora) lo psicoanalista si trova costantemente di fronte all’esigenza di produrre un suo proprio apparato di indagine, mentre sta svolgendo l’indagine» (Bion 1970). Lisciotto nei suoi “Appunti” descrive, a mio avviso magistralmente, la presenza di una funzione analitica adeguata cioè a sperimentare quel movimento di “oscillazione” tra posizione depressiva e posizione schizo-paranoide che Bion così spesso descrive. E l’Autrice è in grado di evocare questi temi psicoanalitici così profondi e densi, proprio immergendo la psicoanalisi nella contemporaneità, quasi a volerci ricordare che l’ethos della psicoanalisi assume ancor più senso nel momento in cui è più presente nel cuore della krisis, nel luogo in cui maggiormente vibra l’angoscia. Non a caso Lisciotto contrappunta le sue note con sogni, sia suoi che di suoi pazienti, sogni in cui il “residuo” diurno traumatico dei giorni attuali che stiamo vivendo, assume un “diritto di cittadinanza” pari a quello del “contenuto latente”: non possiamo cioè sottovalutare l’impatto della “violenza delle emozioni” (Civitarese, 2007) sul nostro apparato per pensare. Solo non sottovalutando questo impatto, potremo ricominciare a nutrire la nostra capacità di sognare. Un altro, non secondario, pregio del libro di Lisciotto consiste nel porsi come un appello sottinteso agli psicoanalisti e alla psicoanalisi contemporanea, a non dimenticare i contesti sociali in cui la psicoanalisi stessa opera. Un invito vibrante relativo alla necessità ineludibile che la psicoanalisi si interfacci continuamente con la realtà sociale e con la sofferenza che questo “sociale” esprime. Non farlo significherebbe per la psicoanalisi, secondo l’Autrice, perdere di vista uno dei suoi compiti costitutivi: prendersi cura della sofferenza dell’umanità di cui fa parte.

Riferimenti bibliografici

Bion., W.R. (1970), Attenzione e interpretazione.Dall’apprendimento alla crescita, Armando, Roma, 1971.

Civitarese, G. (2007), La violenza delle emozioni, Raffaello Cortina, Milano.

Meltzer, D. (1976), Delusion of clarity of insight, in International Journal of Psychoanalysis, 57: 141-6.

Svevo, I., Racconti – Saggi- Pagine sparse, Dall’Oglio,Trieste, 1968.

Dal sito https://www.spistretto.it/recensione-dalla-pandemia-alla-guerra/

Non è il caso di lasciarsi ingannare dal formato di questo libretto perché, in poche pagine di scrittura scorrevole e persino accattivante, l’Autrice affronta un bel po’ di temi scottanti in materia di inconscio del singolo e della collettività e non solo. A partire dai due avvenimenti cospicui della nostra attualità, ossia la pandemia da Covid Sars 19 e la guerra in Ucraina (che coinvolge ormai tutto il mondo per molti motivi), questi Appunti si avventurano in acque per niente tranquille. Si lasciano andare un po’ alla deriva, sfiorano (o urtano) una riva per proseguire il percorso, soffermarsi presso un’altra e via così. Come per le barche la deriva (detta anche chiglia se è fissa) è proprio quell’attrezzo che pur lasciando che le barche possano andare, appunto, alla deriva, fa in modo che questa deriva non ecceda rischiando che l’imbarcazione si perda del tutto. E’ una sorta di ancoraggio blando e necessario. L’Autrice ci comunica di procedere per libere associazioni, lasciandosi derivare, potremmo dire. Mi sembra che il flusso di “libero” pensiero che incontriamo in questo libro sia la capacità di frequentare una posizione profonda di apertura a ciò che si prospetta, di stabilire un contatto con l’oggetto in cui si imbatte ancora prima di dargli un nome. Come una superficie porosa, direbbe Fachinelli, la soggettività dell’Autrice si lascia penetrare da quello che incontra, ossia il flusso del proprio “libero” pensiero senza perdere l’ancoraggio logico (la chiglia o deriva per la barca) che rende riconoscibile il suo apparato intellettuale di riferimento.

Lisciotto, che frequenta le frontiere, i “margini”, si sofferma su alcuni lati psichicamente scabrosi del contagio, per esempio il sentirsi sporchi, “unti e untori”, la vergogna e la colpa per essere tali, che affonda le proprie radici non solo nella religione cattolica che tende a leggere gli eventi nefasti come espiazioni meritate, ma in quel “fondo fondo (Amati Sas)” che riguarda tutti, fatto di aspetti indicibili, insostenibili, abitualmente tenuti a bada ma sempre pronti a spuntare fuori. In termini lacaniani si direbbe di reale. Quello che ci rende tutti “solamente degli uomini (Henry-Levy)”, radicati nella “marginalità”, come l’Autrice la chiama, la nuda vita che ci accomuna tutti. Non ha timore di cercarla in se stessa attraverso i propri sogni, pescando, per esempio, una sorta di spinta cieca alla tutela di sé (lavoro di Eros?) che la sorprende quando si traduce nell’ambivalenza rispetto al familiare contagiato. “I familiari negativi camminano con il familiare positivo (disposizione Asp)” ma non è detto che l’inconscio sia del tutto d’accordo. Un altro sogno sembra segnalare che il panopticon di benthamiana (e anche foucaultiana) memoria, che già lavora “in forme sofisticate quanto subdole”, sia “diventato pandemico” segnalando ulteriormente la condizione di “nudità psichica” intollerabile a cui il virus ci espone. E poi ci sono i pazienti, i “malati” che in condizioni difficili per non dire estreme talvolta se la cavano meglio dei “normali” (“nevrotici”, magari curati, rettificherei), come Anna che lucidamente esclama che “Putin è uno zar!” e non un pazzo, come spesso sentiamo dire o diciamo. Il pazzo, il mostro: tutte forme che placano l’angoscia, perché gli umani sono tutti fatti della stessa materia. I “malati” sono più attrezzati per l’estremo, per “invasioni e tumulti”, perché li frequentano in loro stessi.

Il disagio della civiltà si amplifica prima con la pandemia e poi con la guerra, sembra dire Lisciotto. “Dalle FFp2 e FFp3 agli F16”, da una minaccia estrema a un’altra, proprio la morte, rispetto a cui l’essere umano risponde prevalentemente con la negazione, freudianamente parlando, e con il supporto di meccanismi di scissione tra “buono e cattivo, bene e male”, che “devono stare da una parte o dall’altra. Separati.” Meccanismi ubiquitari che evitano di “perdere la testa”, presenti da sempre e che, adesso, spiegherebbero le prese di posizione dogmatiche e gli schieramenti (mezzi di informazione compresi) che, evidentemente, possono ribaltarsi da un momento all’altro: il risultato paradossale è una “l’ambiguità (Amati-Sas)” che minerebbe la stessa capacità di pensiero.

“Perché la guerra? (Freud in risposta ad Einstein, 1933).” Perché serve a incanalare la pulsione distruttiva, Thanatos che “spinge da dentro” e trova una strada. Una strada socialmente lecita, aggiungerei, per il resto inassimilabile che mina la stessa civiltà che Freud considerava nient’altro che l’auspicato prevalere di Eros sulla pulsione di morte. Lecita e quindi legittimata a trasformare un uomo comune in un assassino per la patria, secondo il lucido disincanto freudiano.

Dopo “l’urto” della pandemia, quello della guerra. “I fatti di guerra” i racconti, le immagini, la mancanza o la minaccia che comuni beni che diamo per scontati vengano meno, chiedono, secondo l’Autrice, che un danno narcisistico sia recuperato e (anche) per questo in molti si danno da fare, compresa Lisciotto, impegnata nel progetto PER (Psicoanalisti Europei per i Rifugiati). Aiutare aiuta, insomma.

Lo sguardo dell’Autrice di questo piccolo libro è uno sguardo commosso, caritatevole nel senso etimologico, e anche di affaticata speranza. Ed è uno sguardo necessario perché, oltre l’angoscia che segnala il piano psichico estremo che gli attuali avvenimenti riescono a sollecitare (con il rischio, della distruttività, della ripetizione, del lavoro di Thantos, insomma), proprio perché estremi sono gli avvenimenti, ci si dovrà pure attrezzare per “il risveglio”. L’indicazione dell’Autrice sembra quella di resistere alla tentazione di arroccarsi nelle difese, e invece “prendersi cura del dolore”, condividerlo il più possibile cercando le parole. Prendersi cura, direi, di ciò che di animale (nel senso derridiano) c’è in ognuno di noi.

Dal sito https://www.spiweb.it/cultura-e-societa/dalla-pandemia-alla-guerra-appunti-di-d-lisciotto-recensione-di-d-scotto-di-fasano/

Quando prendiamo appunti, e dove?

Da studenti, a scuola o alle lezioni all’università, da adulti, a qualche conferenza interessante, a un convegno, per segnare su carta un tema, una frase, un termine che non vogliamo dimenticare: perdere.

Donatella Lisciotto, psicoanalista ma anche tante altre cose, titola il suo ultimo libro Dalla Pandemia alla Guerra. Appunti, come se – credo – voglia sottolineare che ‘ascoltando’ la Pandemia e il suo passaggio alla Guerra è stato necessario prendere appunti per non ‘perdere’ qualcosa che queste catastrofi della nostra quotidianità ci stanno insegnando.

Il professore a scuola, il docente universitario, il relatore a un convegno o a una conferenza sono per chi li ascolta dei Non Sé, che – proprio in quanto Non Sé – possono metterci in contatto con un ‘ignoto’, quell’ignoto sul quale prendiamo appunti.

Dunque, desumo, Donatella Lisciotto ci mostra con questo suo ultimo libro che Pandemia e Guerra, oltre che catastrofi che non possiamo non vivere persecutoriamente, sono anche cambiamenti catastrofici, per dirla con Bion, dai quali si può imparare se riusciamo a stare in uno stato mentale depressivo: non depresso, depressivo, secondo il senso della posizione depressiva descritta da Melanie Klein.

Posizione che necessariamente comporta depressione, e, altrettanto necessariamente, è la meta prefigurata, nello sviluppo, nel passaggio dalla posizione schizoparanoide e da quella, antecedente, gliscro-caria, descritta, questa, da Bleger. Tornerò su questi aspetti, a mio parere dirimenti poiché caratterizzanti ogni pagina di Dalla Pandemia alla Guerra. Appunti.

Prima, però, è da sottolineare la ‘pesante leggerezza’ del libro: l’Autrice affronta infatti con grandissima e ammirevole leggerezza temi molto pesanti.

Non sempre concordo con le sue affermazioni, ma di tutte credo di cogliere il senso, la ragione che spinge l’Autrice a esprimerle. Dall’Introduzione via via per i successivi brevissimi capitoli il viaggio di Donatella Lisciotto attraversa la palude della ‘reclusione’ tra le mura domestiche nel caso di contagio proprio o di un convivente, lo ‘stupro’ dei tamponi faringei e soprattutto nasali, il clima di sospetto che offusca i rapporti interpersonali…. mentre si avverte, nel contatto con quello che, nel linguaggio dei lacaniani, è ‘il reale’, l’attitudine dell’Autrice di ascoltarsi mentre vive e osserva, facendo appello (e ricorso) al ‘terzo orecchio’, che consente all’analista, mentre ascolta il paziente, di ascoltare se stesso che lo ascolta.

L’intero libro infatti scivola attraverso libere associazioni, che evocano ricordi d’infanzia, brani letterari, spezzoni clinici, riflessioni metapsicologiche.

Spesso il tono è ‘offeso’, arrabbiato, ed è uno degli aspetti sui quali ho più dubbi: abbiamo subìto, abbiamo fatto tutti quello che si poteva, data la confusione generata dall’imprevedibilità degli eventi relativa alla pandemia e alla scarsità di competenze cliniche ad essa relative, è difficile a mio parere prendersela con chi ha fatto quello che ha potuto. Ma è questione complessa, sulla quale lascio che i lettori si facciano la propria impressione.

Io, trovo un po’ eccessivo, francamente, ad esempio, assimilare il tampone a uno stupro, per più ragioni. Innanzi tutto, la violenza sessuale non prevede affatto il consenso della vittima, mentre il tampone, anche quando ‘imposto’ per ragioni sanitarie a tutela della salute del soggetto e di terzi, prevede il consenso quando non addirittura la richiesta di chi vi si sottopone.

Inoltre, proprio per quanto scritto, credo che una vittima di stupro potrebbe soffrire di tale metafora, anche se, conoscendo e stimando profondamente Donatella Lisciotto, sono sicura che tale possibile deriva era lontana anni luce dalle sue intenzioni.

Infatti, la sensibilità di una psicoanalista molto attenta alle ‘vibrazioni’ emotive suscitate dai fatti che ci hanno davvero perseguitato negli ultimi due anni è rintracciabile in molte sue osservazioni, ad esempio quella, a pagina 11, quando scrive, in relazione al fatto che, durante il ‘troppo ingombrante’ primo lockdown, chiusi nelle nostre case, siamo stati esposti al rischio di scoppiare: “Accura chi non scattiano i buttighi!” (attenzione che non scoppino le bottiglie!).

La libera associazione è alla pratica di “fare le bottiglie di pomodoro”, quando, nei calderoni in cui le bottiglie ben tappate venivano messe a bollire per essere sterilizzate, ogni tanto succedeva che qualcuna scoppiasse. Molti anche i riferimenti a casi clinici, sia quelli ascoltati durante la pandemia del 2020 per il Punto d’Ascolto (il capitolo intitolato Francesca) sia quelli seguiti nella quotidianità clinica nel proprio studio, che consentono all’Autrice anche scoperte molto interessanti.

Tra questi, come nota anche Schön nella Postfazione, spicca il caso di chi acquista, in determinate circostanze, una lucidità cha abitualmente vacilla. E’ il caso della paziente Anna (p.75), che, a differenza che in sedute ripetitive impregnate di pensiero magico, mostra, a proposito dello scoppio della guerra, una straordinaria lucidità: “Non c’è traccia di pensiero magico che di solito usa molto spesso […] Che effetto fanno traumi così grandi nelle persone cosiddette “malate”? E nelle persone cosiddette “normali”…?” (ivi).

Continui, in più capitoli, e sempre adeguatamente alle considerazioni condotte, i riferimenti al lavoro di Silvia Amati Sas. E qui vale la pena di riprendere il cenno iniziale alle posizioni gliscro-caria, schizoparanoide e depressiva.

Sappiamo che con la prima, descritta dal maestro di Amati Sas, Bleger (e erroneamente tradotta in italiano gliscro-carica, come nota Francesconi, 2008), ipotizzò che il nucleo agglutinato, indifferenziato (gliscrocario) sia struttura fondamentale del funzionamento arcaico della mente, in questa luce pertanto evolutivamente fisiologico: “In Bleger la natura agglutinata del nucleo profondo di tali strutture rimanda alla fase originaria precedente alla divisione schizoparanoide e quindi all’esistenza degli oggetti parziali, essa corrisponde ad uno stadio precocissimo di frammenti Sé/Non Sé non integrati, ma tenuti insieme in modo “colloidale” e diffusamente permeanti lo psichismo (Io granulare) i cui correlati patologici possono corrispondere all’area della presentazione «ambigua» di sé, dove la caratteristica più evidente è l’apparente assenza di conflittualità fra elementi assolutamente incompatibili.” (Francesconi, 2013).

In accordo con tali premesse è Donatella Lisciotto, la cui proposta coincide con quella di Francesconi, per il quale “la lettura più coerente con il complesso di fenomeni che giungono alla nostra osservazione nel campo della cura e in quello del collettivo sociale sia proprio consentita dalla applicazione del modello blegeriano dell’ambiguità” (Francesconi, 2013).

Non c’è qui lo spazio per esemplificare i molteplici appelli dell’Autrice a tali considerazioni per ‘leggere’ i fenomeni che hanno fatto da costellazione a pandemia e alla guerra, ahimè ancora in corso.

Vorrei infatti prima di concludere sottolineare come l’Autrice richiami più volte anche la posizione mentale detta schizoparanoide, che è particolarmente evidente nella ricerca di un nemico da combattere, di un persecutore da accusare.

Infine, pregnante la diffusione, per tutto il libro, e commovente, lo stato mentale sia depresso sia, soprattutto, depressivo di Lisciotto negli Appunti presi in forma di libere associazioni (e interpretazioni dei fenomeni – sia clinici che collettivi – in forma di attenzione liberamente fluttuante).

Stato mentale depressivo che le consente di provare compassione per i fenomeni vissuti, osservati, descritti, riletti psicoanaliticamente.

Infine, per concludere, un piccolo accenno alla forma del progetto grafico del libro: copertina nera sulla quale, in una etichetta bianca bordata di rosso come quelle che si attaccavano con la colla sulle copertine dei quaderni neri delle elementari per segnalare se il quaderno era di matematica, di italiano, di grammatica, campeggia scritto ‘a mano’ il titolo.

Una dimensione grafica ‘umile’, ‘elementare’, che evoca l’apprendimento dell’abc, un abc indispensabile per leggere, e scrivere, da adulti.

Ecco, credo che questo libro voglia proprio rappresentare, nelle intenzioni dell’Autrice, un modo non da addetti ai lavori ma molto solido metapsicologicamente per comprendere (e tollerare) quanto di traumatico e drammatico abbiamo vissuto e stiamo vivendo.

Bibliografia

Francesconi M., 2008, Tra-mutazioni antropologiche, Psiche, 2, 2008, pp. 115-136.

Francesconi M., 2013, La mente, mente? Inconscio, metamorfosi, ambiguità e bugia, relazione letta a Filosofia sui Navigli, Milano, 10 marzo 2013.

Dal sito https://www.spistretto.it/commento-tringale/

È una di quelle operazioni congiunte scrivere spinta dalla musica dove ti hanno portato le parole che hai letto.
Dalla Pandemia alla Guerra, appunti di un tempo “diacronico” scomposto nella dispersione inconscia. Parole semplici, frasi brevi, mozziconi di racconti, metafore a balcone per affacciarsi su una lettura “interna”. Una porta, per esempio, separa una madre e la figlia (contagiata e untore) che vivono nella stessa casa rimandando alle molte situazioni simili con le quali tutti abbiamo avuto “contatto/contagio”.
Emozioni di traverso a righe riempite a gittata d’inchiostro. Tutto spontaneo e nulla al caso: miracolo di un artista. È questo il “piccolo” libro di Donatella Lisciotto, una “grande” lettura. Leggendolo, si va in apnea in un mare di significati profondi per riemergere da un capitoletto all’altro carichi di un bottino emotivo insaturo, che lascia libero il lavorio interno che spinge alla prossima immersione.
Così è Donatella Lisciotto, elegante, accurata, capace di far risuonare riflessioni profonde a chi la ascolta, a chi la legge, a chi come me ha la fortuna di conoscerla.
Appunti come appuntare. Mia zia appuntava con gli spilli gli orli delle vesti che cuciva. A volte, per la prova, mi chiedeva di fare da manichino. Ricordo che stavo ferma a guardarla mentre con disinvolta maestria mi girava intorno e infilzava la stoffa che indossavo con lo spillo che teneva stretto tra le labbra. Temevo mi pungesse, allora, immobile trattenevo il fiato mentre mi diceva di stare tranquilla, che non mi avrebbe punto, costringendomi a lasciarmi andare in un esercizio di fiducia. Credo che leggere le parole “appuntate” sulle righe di queste preziosissime pagine, possa condurre a quell’esercizio di fiducia nell’autrice che cuce significati e li “appunta” nella mente del lettore.
Appunta pensieri, sentimenti ed emozioni, oggetti vivi (la figlia, i pazienti, il cane, il virus), scenari (la Pandemia, la Guerra) mettendo se stessa, il suo mondo “pensato e non” a disposizione per il viaggio che ci propone in questa lettura. Dalla gradevolezza al turbamento, dalla forma delle cose all’insaturo, dalla attualità alla notte dei tempi.
Grazie Donatella Lisciotto

Dal sito https://www.spistretto.it/recensione-cardia/

A Maggio ricevo in regalo da Donatella il suo libro. Me ne aveva già parlato a Dicembre quando ancora non lo sapevamo che avremmo condiviso la stessa “sorte”. Quando la sua figlia maggiore contrasse il virus, appunto durante le festività, in uno scambio di auguri lo raccontò e non potendo pensare che la famiglia fosse divisa in tante stanze e che così avrebbe trascorso la fine dell’anno, decisi di “partecipare” preparando loro dei dolcetti. Lasciai il vassoio all’esterno della sua porta di casa, ci vedemmo da lontano e con le mascherine. Insomma tutto nella regola.

Malauguratamente due giorni dopo la mia consegna scoprì di essere positiva. Ovviamente tra le persone avvisate ci fu Donatella. La prima cosa che le scrissi nel messaggio, che composi e cancellai numerose volte, fu: “scusami ma sono positiva e mi dispiace perché ti ho portato i dolci”. Ciò che ho temuto è che in qualche modo lei potesse pensare che anche quei dolcetti potessero essere fonte di contagio, che “fossero contagiosi”. Ma io stessa mi risposi e le scrissi: “ovviamente sono cotti nel forno quindi qualsiasi cosa il calore ha distrutto tutto”. Donatella mi rassicurò che non solo i dolcetti erano stati di loro gusto ma che era certa non sarebbero stati fonte di alcun contagio da parte mia. La mia preoccupazione già a me illogica, mi diede spunto per riflettere su cosa io stessi provando, sui tanti risvolti che l’essere contagiati provoca nella mente.

E da quel mio contagio anche le mie buttigghi scattiaru!

Questo breve racconto di amicizia ho pensato di farlo perché qualcosa che risaltò nella dinamica del contagio in qual caso fu la “vergogna”. Le raccontai le mie riflessioni e su questo tema subito iniziammo a scriverci e a porre l’accento a qualche idea da sviluppare. Questo l’ho ritrovato nel passaggio quando riflette sulla condizione dell’isolamento prolungato che “umilia, mortifica e destruttura” che tu sia il contagiato o sia il contagiabile.

A proposito dell’inconscio a cui lei fa riferimento e che ribalta le domande in accuse: sarà stata la mia onnipotenza a temere che io potessi contagiarli?

Ho trovato molto interessante e stimolante le domande che si è posta sulla “sporcizia” e sulla “miseria”, sulla visione della “colpa”, dell’aver peccato e dell’essere peccatore e quanto questo passaggio appartiene ad un pensare insito in noi e ce ne accorgiamo solo se ci si pensa.

Leggendo le prime righe del capitolo XII, leggo le tante “F” che indicano le sigle delle mascherine e penso alla “fifa” modo siciliano per indicare la paura: mai nessuna lettera fu più indicata per “chiamare” quell’oggetto che dalla paura ci doveva proteggere. Ci vuole “Tempo” anche per superare tutto quello che ha coinvolto e sconvolto le menti e le vite, ci vuole quel tempo a cui fa riferimento nel richiamare i suggerimenti dati dalla “Doc”, quel tempo che serve a superare le offese, a “sopravvivere alle offese” perché forse è vero, siamo offesi, offesi con i corpi che si ammalano, offesi con la libertà tolta, offesi con chi non rispetta le regola, offesi con chi è morto. Si è scissi: buoni e cattivi, sani e malati, vaccinati e no vax, bianchi e neri, vero e falso e ti domandi se il virus è vero come è vera la guerra, quella che è dietro la porta di casa e che non può essere negata.

E’ stato un bel modo, quello dell’autrice, di raccontare e di raccontarsi nel modo di sentire entrambe le esperienze, quella del Covid come parte attiva e quella della guerra e come cio le ha permesso di aprirsi a dei pensieri anche impensabili -“il covid mette alla prova la devozione materna”-, ma che nella loro impensabilità hanno onestà e profondità.

Mi sono ritrovata in tante delle sue riflessioni sul Covid quanto sulla guerra eventi che hanno dato un senso di tragica continuità. Come sempre ho apprezzato la generosità ed onestà nella descrizione delle sue dinamiche interne, il mettersi in gioco, regalandoci i suoi sogni ma come spunto di una riflessione che in un modo o nell’altro ha coinvolto tutti.

L’occhio vigile attento, l’orecchio volto all’ascolto anche del non detto ed anche nella distanza, come in un caleidoscopio che quando si ruota con i tanti colori e forme offre la possibilità di osservare le cose in modi diversi ma sempre reali.

Informazioni aggiuntive

Anno pubblicazione

2022

Autore

D. Lisciotto

Codice ISBN

979-12-805640-8-5

Pagine

104

Formato

13 x 19 cm

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